Novembre 5, 2008
L’America va al voto, e tutto il mondo sa che non sono solo fatti loro. Per questo, a poche ore dal risultato delle elezioni presidenziali, giornali e politici di ogni dove mettono le mani avanti. Il capogruppo del partito socialista all’Europarlamento, Martin Schulz, ad esempio, chiede che chiunque vinca, per prima cosa chiuda il carcere di Guantanamo. E si augura che con la fine di Bush arrivi anche «la fine dell’unilateralismo americano nella politica internazionale».Il quotidiano francese Le Monde , che esce nel primo pomeriggio, anticipa l’esito delle elezioni con un dato sicuro: Bush se ne va. Una vignetta del mitico Plantu mostra Bush che fa le valigie e saluta un mondo che brinda e si divide su di lui, sull’Iraq, sulle banche. «È il mondo alla rovescia – scrive Le Monde – invece di attendere che il futuro presidente americano le faccia l’onore di interessarsi a lei, l’Unione europea, stavolta, gioca d’anticipo. Riuniti a Marsiglia alla vigilia dell’elezione presidenziale negli Stati Uniti, i 27 ministri degli Esteri…hanno preparato un documento che sarà inviato al neoeletto. Questo testo, breve, propone un vero partenariato fra l’Europa e gli Stati Uniti».A Londra seguono la sfida i 250 mila americani residenti in Gran Bretagna. Feste ovunque, anche su Facebook, dove si trovano decine e decine di appuntamenti in case e bar per seguire la storica elezione in diretta. Alcol a fiumi garantito, chiunque vinca.In Medio Oriente, come al solito si è divisi: mentre gli israeliani si interrogano se il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, non costituisca un «pericolo» per Israele, vista la sua posizione “dialogante” con l’Iran, Hamas crede che entrambe le opzioni in campo siano «pessime» per i palestinesi.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80569
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Agosto 27, 2008
Kerry, figlia dello statista Robert Kennedy assassinato il 5 giugno 1968 a Los Angeles, è a Denver per la convention Democratica. Al telefono Kerry confida i suoi timori per l´esito delle presidenziali. «Ma alla fine ce la faremo, perché gli elettori rifletteranno sul disastro Repubblicano di questi ultimi otto anni».
Che clima si respira alla Convention in vista del voto di novembre, signora Kennedy? Entusiasmo, speranza, preoccupazione?
«Si ha l´impressione che sarà una gara molto difficile. I sondaggi danno i due candidati alla pari. Dovremo tutti lavorare assai duramente per vincere. È diffuso il senso della serietà dello scopo per cui ci si batte. Il nostro partito è diviso. Sostanzialmente la realtà è che Obama ha ottenuto appena più della metà delle preferenze e Hillary Clinton appena meno. Il risultato è una forte contrapposizione di appartenenza politica. La nostra sfida più grande è ora quella di unirci. Storicamente noi Democratici quando abbiamo dovuto rimettersi insieme dopo esserci spaccati, abbiamo perso. Ricordo benissimo cosa accadde nel 1980 con la frattura fra Ted Kennedy e Jimmy Carter. Vedo segnali allarmanti ma anche segnali positivi. Proprio Ted Kennedy nel suo intervento davanti ai delegati ha dato una spinta verso l´unità, mettendo l´accento sulla storia e sugli ideali comuni a tutto il partito. Anche Michelle, la moglie di Barack, ha fatto esattamente ciò che era necessario, presentandosi non solo ai Democratici ma alla nazione come una donna concreta, che ha a cura i valori americani, ama il suo Paese e sa parlare con partecipazione emotiva e forza».
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78392
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